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Il Torchio Monumento

Nella penultima cantina della seconda rua è custodito un gigantesco torchio che, per le sue caratteristiche, si può a buon diritto considerare un documento-monumento della civiltà rurale vitivinicola candelese, strumento simbolo di quella cultura che non solamente ha prodotto il ricetto ma ha saputo con maestria modellare la campagna e dare tratti inconfondibili alla fisionomia architettonica del paese.

Che cos'è un torchio, innanzi tutto, e perchè è così importante per Candelo?
Il torchio per l'industria vinicola è una macchina impiegata per la pigiatura delle uve e la torchiatura delle vinacce.
Quello candelese, un torchio a vite, date le sue eccezionali dimensioni doveva necessariamente essere azionato da diversi uomini; era, questa, una delle due macchine - l'altra si trovava nell'attuale sala cerimonie del Comune e non è rimasto che il contrappeso di pietra, portante la data 1667, che fa mostra di se nella piazzetta oltre la torre-porta - al servizio di tutti i vignaiuoli candelesi che possedevano cantine nel ricetto.

Se il ricetto può essere considerata una cantina sociale, se il vigneto candelese altro non era che un mosaico frammentatissimo di piccoli appezzamenti di terra, il torchio cooperativo diventa l'oggetto che simbolicamente esprime questo carattere distintivo di un'impresa collettiva che aveva nella collaborazione e nell'unione degli interessi e delle forze la risorsa e il patrimonio più saldo, garanzia di solidità e di durata. La longevità del ricetto, la solidità di questa opera di piccoli tenaci e abili vignaiuoli ha nel torchio, macchina colossale e ingegnosa, il monumento simbolo della straordinaria capacità di saper fare e di lavoro collettivo di questa comunità.

Una efficace rappresentazione del funzionamento di questa macchina e della sua funzione di strumento socializzato la troviamo nelle parole del Gabotto :
 
"A me accadde di far colà una visita sulla fine di ottobre, nel momento della svinatura e della torchiatura delle vinaccie e misi il capo per curiosità di studioso ( ... ) in una di quelle cantine. Era uno stanzone al pian terreno lungo 20 25 metri, largo 9 o 10: la giornata fredda, nebbiosa, non lasciava penetrare che una luce scarsissima, sì che il fondo era buio
tanto che per ficcar lo viso addentro
io non vi discerneva alcuna cosa,
come ha scritto Dante della " valle di abisso ". Attraversava tutta la stanza, nella sua lunghezza, una trave enorme di quercia, rozzamente riquadrata, con un ceppo che avrebbero stentato ad abbracciar quattro uomini, dandosi la mano all'ingiro colle braccia distese: pianta più volte secolare, che aveva certo costato uno sforzo titanico per abbatterla; pesante oggi ancora secca e forse tarlata, qualche centinaia di miria gramma. Sotto l'immane peso che scendeva cigolando sinistramente sovrauna colonna di larghe pietre collocate l'una sull'altra, sgorgava dalla premuta massa di vinaccie il mosto rubicondo spumoso: attorno al torchio gigantesco, su cui era incisa la data "1763" , lavoravano 4 o 5 uomini, tinti anch'essi in viso del colore del vino sotto il riflesso rossastro del fuoco scoppiettante in un ampio camino; ed or la fiamma sembrava spegnersi lasciando tutto nell'ombra come la fantasia paurosa di un sogno, or si avvivava mandando guizzi e bagliori ad illuminare i muscoli poderosi dei torchiatori che, colle nude braccia e le gambe ansavano dal largo petto, gocciando sudore dalla fronte".