


Il ciclo di affreschi votivi che decoravano i muri esterni delle case di alcuni ottimati candelesi realizzato da due generazioni di frescanti della stessa bottega durante un arco temporale di circa trent' anni è un evento artistico e storico che non ha equivalenti nell' area biellese.
Si tratta di opere che, al di là del loro valore formale, possiedono il significato di un lascito nel quale con pari rilevanza si rendono manifeste le idee, il gusto e l' abilità esecutiva degli artisti. Grazie a questi dipinti, in sostanza, abbiamo la possibilità di cogliere le caratteristiche di un linguaggio pittorico della bottega artistica dei De Bosis che dall' ultimo scorcio del Quattrocento e per il primo trentennio del Cinquecento occuperà, nell' area biellese, una posizione di assoluta preminenza. Un secondo elemento significativo è la conferma della centralità della figura della Madonna, mater omnium, nella visione mistica e nelle pratiche di culto dei candelesi. La Madonna non solo è il soggetto più ricorrente in questi affreschi ma, nello schema iconografico dei De Bosis, occupa costantemente il centro della scena.Nel grande polittico qui presentato infatti è a lei che i committenti, i coniugi Dorotea e Giovanni Durando inginocchiati, rivolgono la loro preghiera: Maria dunque, non il Cristo, è vicina agli uomini, alle loro sofferenze; la Madonna può intercedere più di altri santi perché le preghiere della Madre sono, per il figlio, irresistibili.
Un terzo elemento di grande interesse sul piano del racconto storico si coglie nell'eco dei drammatici eventi accaduti intorno al 1500.
Nel dramma generale che investe i principali centri della penisola e la Chiesa e fa presagire l'avvento dell'Anticristo e un'imminente apocalisse.
Gli affreschi sono come una finestra dalla quale osservare in che modo, con quale disposizione di spirito una piccola comunità contadina affrontava i pericoli incombenti delle guerre, delle pestilenze, eventi che leggeva come conseguenza di una maledizione o come punizione per atti di empietà.

Daniele De Bosis, nativo di Milano ma cittadino di Novara, è l'esponente di spicco della bottega di pittori che opera nel Biellese tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo.Il suo nome compare per la prima volta nel 1479 in un contratto stipulato a Biandrate insieme a Tommaso Gagnola, altro importante pittore novarese di quegli anni durante i quali il De Bosis sembra operare prevalentemente in area novarese e vercellese.
Qualche anno dopo, nel 1490, il De Bosis fa parte della cerchia di pittori convocati a Milano da tutto il ducato per partecipare alla decorazione progettata in occasione delle nozze di Beatrice d'Este con Ludovico il Moro e di Anna Sforza con Alfonso d'Este.
Nei documenti biellesi il pittore figura solo dal 1496 nel contratto stipulato con Giacomo dal Pozzo per realizzazione di una pala d'altare destinata alla sua cappella in S.Giacomo a Biella Piazzo, e per la decorazione parietale della stessa; tuttavia il rinvenimento della firma del pittore ed alcuni confronti stilistici autorizzano a considerare come precedenti almeno tre interventi.
Un primo segno della sua attività biellese deriva dall'affresco raffigurante la Madonna con il Bambino, già a Candelo in via Santa Croce ora presso un privato, ai piedi del quale si legge HOC OPUS FECIT FIERI HIERONIMUS BASIA 1494 e accanto le lettere D.B., che rafforzano l'attribuzione al maestro.
Recenti restauri operanti nella chiesa dei S.S. Pietri e Paolo a Castellengo hanno portato alla luce alcuni frammenti di affresco firmati e datati 1496 e quindi ultimati precedentemente al contratto per la pala del Pozzo.
Analogamente la Astrusa, grazie ad una serie di attenti confronti formali, ritiene di ricondurre anche il ciclo di Mezzana Mortigliengo ad anni immediatamente a ridosso dell'impegno nella chiesa di San Giacomo.La pala, firmata e datata 1497, raffigura la Vergine in trono con il Bambino ed i Santi Giacomo e Gottardo - titolari rispettivamente della chiesa e della cappella gentilizia - quest'ultimo in atto di presentare il donatore; l'assoluta corrispondenza fra l'opera e il programma iconografico definito nel contratto ci consente inoltre di ricostruire le parti oggi mancanti del dipinto.Dal punto di vista stilistico il De Bosis manifesta qui il tentativo di aggiornamento sui modelli di impostazione prospettica e di utilizzo della luce proposti da Martino Spanzotti, il quale operava da oramai vent'anni fra Casale, Vercelli ed Ivrea.
Tali considerazioni, sia storiche che stilistiche, inducono quindi a vedere nella pala in San Giacomo, ultima opera documentata, il culmine della carriera in area biellese del De Bosis del quale non si hanno più notizie fino ad un documento del 1505 quando risulta già morto.
La sua bottega, della quale fanno parte i figli Arcangelo, Francesco e Giovanni Pietro, continuò ad operare nel biellese anche negli anni seguenti, proponendo un linguaggio figurativo che ripete stancamente i modelli del padre.
La consistente produzione è diffusa in tutto il biellese, in particolare alle aree rurali e periferiche.
Si pensi ad esempio agli affreschi di Castellengo, di Mezzana Mortigliengo, Gaglianico, Sagliano Micca, Sandigliano, e così via. Qui i De Bosis propongono opere divulgative e fortemente ritardatarie, indifferenti alle novità che si stavano affermando soprattutto a Biella con le committenze in San Sebastiano e in San Gerolamo. Le opere della bottega inoltre denotano una forte affinità con quella dei Cagnola, a testimoniare la prosecuzione di un rapporto e di una collaborazione avviate già da Daniele e Tommaso.
Luigi Spina