Sebastiano Ferrero nasce a Biella nel 1438 da Besso e da Comina Scaglia dei signori di Gaglianico.
Dopo aver acquistato il feudo di Gaglianico dallo zio materno Giacomo Scaglia, nel 1480 acquisisce anche parte del feudo di Borriana che non aveva ereditato dal padre e, successivamente entrano a far parte dei suoi possedimenti numerose terre tra cui la castellania di Sandigliano e il feudo di Candelo.
Chiamato a corte dal duca Carlo I, alla morte di questi, per volontà della reggente Bianca di Monferrato, diventa consigliere di Stato e tesoriere generale. Dopo la conquista del Ducato di Milano da parte dei Francesi, Sebastiano Ferrero si trasferisce a Milano e assume le cariche di consigliere, tesoriere generale e amministratore delle finanze. Durante il periodo milanese fa scavare un canale derivato dal Ticino. Nell'anno 1500 insieme ai figli Giovanni Stefano, Bonifacio (Cardinali) e Agostino, Vescovo di Vercelli dà inizio ai lavori per la costruzione della Chiesa e del chiostro dedicati a San Sebastiano.
Muore il 2 ottobre del 1519. Le sue spoglie furono deposte nella chiesa di S. Domenico a Biella Piazzo.
Leggendo la biografia di Sebastiano Ferrero (1438 - 1519) non si può fare a meno di ammirare l'attività di quest'uomo che, al servizio sia del Duca di Savoia che del Re di Francia, si segnalò come valoroso soldato ed acuto finanziere nei vari compiti che gli vennero nel tempo affidati. Numerosissime furono le comunità che gli si dedicarono senza che egli avesse fatto nulla perché ciò accadesse; in altri casi fu invece Sebastiano stesso a sollecitarne la sottomissione per assicurare alla propria famiglia un sempre maggiore numero di possedimenti. Dal padre Besso aveva ereditato alcuni feudi, ad essi egli stesso aggiunse nel Biellese quelli di Gaglianico, Candelo, Benna, Zumaglia, Sandigliano ed altri in altre parti del Ducato sabaudo. A tal proposito particolarmente interessante è una lite sorta tra il Ferrero e la comunità di Candelo per il Ricetto e alcuni diritti di signoria da lui vantati.
Il Comune di Candelo apparteneva al Capitanato di Santhià e con questo aveva in comune gli Statuti; nel 1387 esso venne infeudato dal Duca di Savoia a Girardo Fontana per i lodevoli servizi che quest'ultimo aveva reso al padre del Duca. Nel documento di sottomissione sono contenute le formule consuetudinarie e l'ordine agli esattori di non riscuotere più i redditi, perché la popolazione li avrebbe devoluti al feudatario.
I redditi consistevano in 100 fiorini d'oro che i 75 fuochi (famiglie) dovevano versare; infatti dai conti effettuati nel periodo in cui la Comunità era alle dipendenze della Castellania di Santhià si desumono 72 nomi di famiglie (Andrea Cagna, Giovanni Scanzio, Giovanni de Ugazio, Antonio Ferraro, Antonio Scarella, Pietro Pessa, Martino de Pozzo,...). Col passare del tempo e l'avvicendarsi di vari feudatari, anche la popolazione di Candelo era variata di numero, passando da 75 a 140 fuochi, ma, nonostante ciò, era riuscita a non aumentare la quantità di fiorini da dare al nobile Fontana.
Sebastiano Ferrero, dopo aver acquistato il feudo di Benna (1479), volse i suoi interessi verso Candelo ed iniziò quell'opera di accaparramento che lo portò a scontrarsi con la popolazione candelese. Nel 1489 ottenne dai Fontana la metà di Candelo con la successiva approvazione del Duca di Savoia; pochi anni dopo si fece costruire in Ricetto una casa, e ottenne anche l'altra metà del Castello, e la giurisdizione e i redditi di Gaspare Fontana.
Dopo aver ottenuto tutto il feudo, Sebastiano iniziò a richiedere il riconoscimento di una serie di diritti come legittimo successore di quanti avevano avuto per anni ed anni in feudo il Comune; la comunità però era troppo gelosa dei suoi antichi privilegi, ottenuti con i sacrifici della sua gente, per cedere alle richieste. Il Ferrero pretendeva:
a) Il versamento annuo ed in perpetuo di un ducato per famiglia
b) il mulino di Candelo
c) i diritti sul Ricetto ed anche un censo annuale di 21 ducati
d) che il Consiglio si riunisse solo in sua presenza nominasse notai o consiglieri.
e) infine la chiave del Ricetto, la riscossione delle multe e dei bandi campestri
La popolazione non si spaventò, ritenendo del tutto assurde le pretese del Signore. Essa inoltre in grado di documentare come avesse acquistato il terreno e costruito col proprio denaro il Ricetto, prima della dedizione a Casa Savoia e di ribattere alle richieste di Sebastiano Ferreo.
La causa fu quindi portata davanti al Consiglio Ducale, dove il Signore di Bardazzano propose alle parti di nominare due arbitri, la cui sentenza doveva essere legge per entrambe le parti. Candelo nominò suoi rappresentanti i signori Comino Scarella, Bartolomeo Scaramutia, Fabiano del Pozzo, Stefano Baja, Giovanni Durando e Giacomo del Pozzo; come arbitri, d'accordo con il Ferrero, il Reverendo Fabiano De Baj e lo stesso Antonio De Sumonte, Signore di Bardazzano.
Passò una settimana e il "lodo" venne pronunciato. Essi, presa visione dei documenti, ascoltate le testimonianze, fatte le opportune indagini, si pronunciarono a favore della Comunità di Candelo, obbligandola solamente a versare ogni anno 100 ducati d'oro a Sebastiano e ai suoi successori.
Respinsero invece tutte le altre richieste del Ferrero, riconoscendo alla Comunità il diritto di proprietà del Ricetto e di quant'altro preteso dal principe, imponendo a quest'ultimo di pagare le tasse per le terre acquistate nel comune, permettendogli però di mantenere la casa all'interno del Ricetto. La vertenza terminò quindi a favore dei Candelesi, che seppero sempre tener testa alle pretese dei signori, finchè non poterono liberarsene.
La Rivista Biellese, 1927
liberamente tratto da A. Roccavilla
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